Sardegna, l’isola mai vinta

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Viaggio fuori dal tempo tra i monti barbaricini

“Non v’è in Italia ciò che v’è in Sardegna, né in Sardegna v’è quel d’Italia”, scriveva Francesco Cetti, zoologo e matematico vissuto a Sassari alla fine del Settecento, nell’opera enciclopedica Storia naturale della Sardegna. Impenetrabile alle influenze esterne, la regione, unica in Italia, ha conservato nel corso dei secoli caratteri distintivi percepibili in modo evidente nel paesaggio, nelle tradizioni e nella lingua.

Pastori in cammino, di Gaston Vuillier, fine ‘800

Grazie alla posizione geografica, alla conformazione del territorio, costituito in massima parte da rilievi rocciosi parzialmente coperti da boschi, e alla resistenza delle popolazioni autoctone alle dominazioni straniere, l’isola non fu mai colonia ma soltanto periferia di stati maggiori. Fenici, cartaginesi, bizantini, aragonesi e spagnoli non riuscirono a penetrare la cultura dell’isola, lasciando solo deboli tracce. Rimane un unicum la dominazione romana, di cui si leggono i segni nella lingua sarda, più vicina al latino persino dell’italiano.

Murale di Orgosolo (foto di Nacho)

La natura arcaica e incorrotta dell’ “isola mai vinta”, come la definì John Warre Tyndale, intellettuale inglese dell’ Ottocento, si manifesta soprattutto tra le misteriose montagne barbaricine. È qui che si possono ammirare specie animali uniche in Italia, come il muflone, l’avvoltoio degli agnelli, la farfalla papilio hospiton e l’aquila del Bonelli.

Esemplare di muflone maschio

Anche la vegetazione si presenta eccezionalmente varia, nonostante la massiccia opera di disboscamento dell’Ottocento e i rovinosi incendi degli ultimi anni. Lungo le valli scavate nel calcare, tra le montagne del Supramonte, dominano il paesaggio oleandri e ontani. Foreste di leccio con tappeto di ginepro e lentisco sono più frequenti lungo le pendici dei colli. Avvicinandosi alla costa meridionale s’incontrano l’oleastro e il carrubo; sulle vette più alte del Gennargentu timo, ginestre gialle ed elicrisi; nella Barbagia di Nuoro sugheri e cisteti.

Gola di Gorropu, nel Supramonte (foto di Nicolas Vollmer)

Nei borghi dispersi tra le montagne dell’entroterra si celebrano le feste popolari più antiche dell’isola, durante le quali gli abitanti del luogo indossano raffinati abiti tradizionali, affascinanti soprattutto quelli femminili, con cuffia o velo per coprire il capo, corpetto e grembiule ricamati, gonna in raso di seta.

Costumi tradizionali di Orgosolo (foto di Gureu)
Carnevale di Mamoiada

Importanti documenti d’architettura nuragica sono disseminati lungo tutta la Sardegna centrale. Tra questi il nuraghe Talei di Sorgono, capoluogo della Barbagia Mandrolisai, è un esempio ben conservato di protonuraghe, costruzione in granito dall’aspetto più primitivo del nuraghe classico, edificato tra il 1700 e il 1500 a.C.. Vicino al monumento sorge la “tomba di gigante” di Funtana Morta, opera megalitica di età nuragica destinata alle sepolture collettive.

Nuraghe Talei, con due ingressi sormontati da un’ architrave

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